L'Ovest batte l'Est. Ma tutto è deciso prima
Domatori di tigri, ballerine, saltimbanchi, vecchi commedianti estratti dal congelatore, nani e giocolieri. Poi anche Cristina Aguilera con la sua voce portentosa,e Beyoncé che non canta, però solo vederla fa stare bene, visto che di portentoso, lei, non ha solo la voce. In coda a questo carrozzone illuminato, la partita di basket. Mica tanto una partita, in verità.
Piuttosto il surrogatodiunvideogioco di livello 1.
Del tipo che dopo dieci minuti devi alzare le difficoltà per divertirti sul serio. Peccato che al Thomas & Mack Center di Las Vegas nessuno abbia spinto quel bottone. Tre ore di pallosissimo basket, giocato col mero intento di arrivare in fondo per la foto ricordo. Steve Nash l'aveva detto: «Queste partite non mi fanno impazzire. Nessuno gioca per vincere». È l'All Star Weekend, per carità, nessuno vuole farsi male, da domani è già basket vero; però a tutto c'è un limite, come anche alcuni imbarazzati commentatori della rete Espn hanno ammesso. Bisognerebbe chiedere cosa ne pensano Lauren e i due figli adolescenti. Hanno viaggiato in auto dall'Arizona: lei ha speso 1.200 dollari di biglietti. Persino James, 14enne, ha capito che è tutto un trucco.
La Nba è una grande madre apprensiva.
Una madre col pallino per gli affari. La tre giorni del Nevada genera miliardi in diritti tv (215 Paesi collegati) e crea opportunità commerciali formidabili per giocatori e sponsor, senza calcolare i ricavi del merchandising. Così Le- Bron James deve ringraziare dentro allo schermo gigante la sfilza di «aziende amiche»: legge la lista come un chierichetto che recita in chiesa. È peggio quando a fine partita (vittoria ampia dell'Ovest sull'Est) tutti provano a dirti quanto ce l'abbiano messa tutta. Ma per piacere... Lo sport americano, come lo spettacolo, non ama gli imprevisti. Va gestito tutto in anticipo. Gilbert Arenas, asso di Washington, involontariamente, rivela un retroscena. Riguarda Kobe Bryant,
mvp ( il migliore in campo) della serata: «Kobe s'è reinventato. Ha pure cambiato numero di maglia. Questo mvp spettava a lui». Tutto prestabilito. Ecco perché Kobe ha segnato indisturbato con numeri da circo i 31 punti necessari per consacrarsi. Il Las Vegas Magazine
lo aveva in copertina da tempo. Nessun imprevisto, please.
Ci sono regole del business che piegano le ginocchia dello show quando si può. Alla notte degli Oscar, domenica prossima, si va con la presunzione dell'incertezza. Ma gli Oscar li vincono Helen Mirren e Martin Scorsese. Come Kobe, nessun imprevisto, please. Di cosa la Nba superprotettiva abbia paura, difficile a dirsi.
Se però l'All Star Game è arrivato qui, una ragione c'era. E non c'entrano la partita delle stelle, gli alberghi da favola e i baccanali notturni. Las Vegas è un mercato straordinario e il sindaco Oscar Goodman, ex avvocato delle famiglie mafiose, vuole una franchigia Nba. La Lega nicchia. Da una parte le scommesse, dall'altra una squadra pro. Non proprio edificante, dal punto di vista americano, visto come si spellano le mani a scrivere quanto in basso sia caduto il corrotto calcio italiano ( Al Daily News l'ultimo). Il capo della Nba David Stern a casa sua è di più larghe vedute: «Gli americani sono scommettitori. Si comincia dalle massaie che spendono gli spiccioli nella lotteria sotto casa». Quando però Charles Barkley, ex stella Nba, confessa di aver perso 10 milioni di dollari al gioco, solleva la questione. Quanti giocatori hanno il vizio? È compatibile con una squadra a Las Vegas? David Stern non risponde alle illazioni. È un weekend di festa e nessuno vuol rovinarsi l'umore. «Ci siamo divertiti un sacco», insiste Kobe Bryant. Noi, la signora Lauren, i suoi figli e tanti altri, molto meno.
Corriere della Sera